Crescere un figlio da soli

Per fare un bambino servono due persone, o almeno parti organiche di esse (apparato riproduttore maschile e apparato riproduttore femminile); non è possibile, ancora, fare tutto da sé.

Per crescere un bambino l’ideale è che ci siano i suoi genitori, entrambi, con i loro ruoli, le loro personalità, i loro modelli; non sempre ciò è possibile.

È auspicabile, certo, perché permette al bambino di giocarsi il rapporto a tre, che media l’esclusività di un rapporto a due. Ma non sempre ciò è scontato.



Quando ci si trova soli, per mille motivi, la situazione si fa più dolorosa. La domanda che stringe il cuore a quel punto è: come farò a fare tutto da sola/o? Come potrò non far sentire a mio figlio la mancanza di un padre/di una madre?

Spesso, inoltre, ci si trova a fare i conti con la rabbia suscitata dalla condizione che ha portato a questa condizione: un abbandono, un tradimento, una morte, una lite furibonda… Ci si chiede come sia potuto succedere, perché proprio a noi. E poi ci si rimbocca le maniche, giorno dopo giorno, si fatica per due, si cercano mille parole per dare spiegazioni a quel bambino che non può capire fino in fondo, ma che ci vuole provare. Si fa i conti con il proprio dolore e la propria sensazione di impotenza, di frustrazione, di solitudine.

Si cerca, magari, un’alternativa, un nuovo compagno, una nuova compagna, che possa rivestire, per il piccolo, il ruolo di chi non c’è più. Ci si sente costantemente bersagliati dal buon senso comune, scioccamente e con ipocrisia propinato da vicini di casa, conoscenti, maestre e quant’altro, che dice che un bambino si porterà un trauma a vita per non aver vissuto entrambi i suoi genitori.

Io credo che la mancanza dell’altro genitore sia un dato di fatto e come tale vada proposta anche al bambino, potendo esprimere, almeno in parte, i sentimenti che l’accompagnano. Credo anche che i traumi non spuntino come funghi e non siano un destino scritto; il dolore può trovare spazio ed essere affrontato, non necessariamente negato. E credo che un po’ più di vicinanza e comprensione, di offerta d’aiuto discreta, senza pretesa di sostituirsi a chi manca, giovi al genitore solo, nelle sue fatiche quotidiane. Senza quell’aria di compatimento e quel travestimento da “buon samaritano” che viene così facile, perché fa sentire migliori e più fortunati.

Dott.ssa Francesca Lesmo
Psicologa specialista dell’età evolutiva

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